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La ‘via normale’ verso la Libertà

birindelliEcco il testo integrale dell’intervento di Giovanni Birindelli all’assemblea dei Liberi Comuni del 23/11/2014.

Buonasera. Vorrei ringraziare Liberi Comuni e in particolare il Governo dei Nove per questo invito e fare loro i complimenti non solo per l’organizzazione di questo evento ma anche per gli obiettivi raggiunti in questi mesi: piattaforma Bitcoin per le donazioni, sito web chiaro ed efficace, comunicazione con uno stile molto pulito, secondo me belle proposte di nuovo simbolo, e altri. Sappiamo tutti che il decollo di un aereo richiede molta più energia, a parità di distanza percorsa, del volo ad alta quota.

In quanto segue, col termine libertà intenderò quella condizione dell’uomo in cui la coercizione di alcuni su altri è ridotta il massimo possibile ed è sempre e comunque limitata alla difesa delle Leggi intese come princìpi, cioè come regole generali e negative di comportamento individuale che esistono indipendentemente dalla volontà di qualunque maggioranza e di qualunque autorità; e che sono valide per tutti, stato per primo, allo stesso modo.

Ora, l’attuale totalitarismo soffice-“democratico”, per quanto in generale sia meno evidentemente e fisicamente violento di quello ruvido-dittatoriale, è riuscito a portare gran parte delle persone oneste dalla sua parte e ad asservirle culturalmente come forse nessun’altra forma di totalitarismo è mai riuscita a fare. A causa di questo fatto, in occidente la libertà non è mai stata così lontana come lo è oggi, nel senso che la marcia politica nella direzione opposta a quella della libertà non è mai stata così priva di ostacoli politici, culturali e ideali. Il totalitarismo e l’apatia sono talmente diffusi e hanno attecchito talmente in profondità che perfino quei pochissimi che sono in linea di principio favorevoli alla libertà, spesso rinunciano in partenza a combattere coerentemente per essa, etichettando come “utopisti” coloro che provano a farlo. Passando dalla sua dimensione ‘ruvida’ a quella ‘soffice’ (in altre parole evolvendosi) il totalitarismo è riuscito ad annientare ogni resistenza politica al suo avanzamento (oltre che gran parte della resistenza intellettuale).

Ebbene, in questo contesto, lasciatemi dire che è un onore essere qui oggi insieme a coloro che, da soli, in questa penisola stanno lavorando a quello che dal mio punto di vista è l’unico progetto politico attualmente vivo in coerente difesa della libertà.

Quest’onore non dipende dal successo o meno di questo progetto politico. Dipende dalla sua esistenza. Dipende dal coraggio, dall’integrità e dalla lucidità di coloro che provano ad affrontare pacificamente il tiranno a viso aperto invece di piegare, in un modo o nell’altro, il capo di fronte alla sua potenza e al numero sempre crescente dei suoi servi, consapevoli o meno che siano.

Naturalmente, non sarebbe male anche vincere contro il tiranno; chiuderlo in gabbia e fondere le chiavi; invertire il senso di marcia; tornare sul sentiero che porta alla libertà, al capitalismo, e quindi, dopo un periodo di crisi acuta necessario al sistema economico per ripulirsi delle distorsioni prodotte dall’interventismo (che è l’altra faccia del positivismo giuridico), alla crescita economicamente ed eticamente sostenibile. Per farlo, il coraggio e la coerenza delle proprie idee non bastano: queste sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Servono anche altri assets. Uno di questi, soprattutto oggi, è una strategia politica efficace.

Come ricorda Murray Rothbard, una cosa sono gli obiettivi politici che ci poniamo, e una cosa completamente diversa sono le strategie che scegliamo per raggiungerli: queste possono essere molte e diverse, e la loro bontà o meno può essere stabilita in buona parte solo a posteriori. Per questa ragione, eventuali diversità, anche marcate, fra le strategie adottate per la libertà, non dovrebbero creare divisioni ideali fra quei pochi che sono schierati coerentemente dalla sua parte, ma anzi occasioni di darsi una mano: il successo di una qualunque di queste strategie è comunque la vittoria di tutti.

Ogni strategia che non si limiti a curare i sintomi del male ma punti ad aggredirne le cause, prende le mosse da quello che si ritiene essere il problema-sorgente: quello da cui derivano tutti gli altri problemi che non sono altro che sue espressioni; quello più indietro del quale non si può risalire.

Per i motivi che ho cercato di illustrare nel mio precedente intervento a Siena, io credo che il problema-sorgente da cui in gran parte derivano la decivilizzazione e la decadenza economica e politica che stanno investendo la presente generazione, e soprattutto che se si continua così investiranno in modo ancora più violento quelle future, sia l’idea filosofica di legge. Più specificamente, ritengo che il problema-sorgente, nell’Europa continentale e a livello di Unione Europea (ma ormai da parecchio tempo sempre più anche nel mondo anglosassone), sia il positivismo giuridico, cioè l’idea che la “legge” sia lo strumento di potere, il provvedimento particolare deciso arbitrariamente dall’autorità in base alle procedure burocratiche da questa stessa stabilite.

A seconda che le diverse strategie aggrediscano o meno il positivismo giuridico e, quando lo aggrediscono, a seconda di come lo fanno, io credo che sia possibile classificare queste diverse strategie in tre diverse categorie.

Prima di discuterle, forse può essere opportuno per motivi di chiarezza espositiva darne una breve immagine metaforica (con tutti i limiti di questo tipo di esposizione, naturalmente).

Se una cordata alpinistica si trova di fronte a una montagna impegnativa, date particolari condizioni, ha tre possibilità:

  1. la prima è scalarne un’altra più semplice (e quindi non scalare la montagna desiderata);
  2. la seconda è scalare la montagna desiderata per la via cosiddetta “direttissima”, quella più breve ma anche più difficile e verticale, se non addirittura strapiombante, e che di solito richiede un alto grado di esperienza, capacità tecnica e allenamento;
  3. la terza è scalare la montagna desiderata per quella che in gergo alpinistico viene chiamata “la via normale”, che di solito è una via più lunga della direttissima ma tecnicamente meno difficile e che, a parità di vetta, richiede esperienza, capacità e allenamento inferiori.

Per chi vuole scalare la montagna desiderata, la prima strategia non è, naturalmente, una strategia che può essere presa in considerazione. La scelta fra la seconda e la terza strategia dipende dall’esperienza, dalla capacità e dall’allenamento di coloro che compongono la cordata alpinistica. Per una cordata estremamente esperta, posto che lo scopo sia arrivare in vetta nel più breve tempo possibile, la scelta più razionale sarebbe la via “direttissima”. Per una cordata meno esperta la scelta più razionale, sempre posto che lo scopo sia arrivare in vetta nel più breve tempo possibile, sarebbe la via “normale”, non la “direttissima”.

Dopo questa immagine introduttiva, ritorniamo alle tre categorie in cui è possibile classificare le diverse strategie per “scalare la vetta della libertà” (immagine impropria in quanto la libertà non potrà mai essere totalmente raggiunta: la vetta è l’inversione del senso di marcia, non il raggiungimento della libertà perfetta).

In primo luogo, ci sono le strategie che non aggrediscono operativamente (cioè politicamente) il positivismo giuridico (e che a volte non lo aggrediscono nemmeno intellettualmente). Etichetterò queste strategie col termine “realiste”, non perché io creda che lo siano, ma perché così vengono di solito chiamate da coloro che le propongono. Le strategie “realiste” accettano l’attuale quadro istituzionale e, senza aggredire direttamente e a viso aperto, sul piano politico, il positivismo giuridico che ne sta alla base, cercano di muoversi al suo interno per raggiungere obiettivi particolari nella direzione di una minore coercizione. (Fra parentesi e di passaggio faccio notare che un conto è, come fa Ron Paul negli USA, “stare dentro al sistema” riconoscendone esplicitamente l’illegittimità e lavorando per l’abolizione delle sue istituzioni illegittime, come ad esempio la banca centrale, e una cosa diversa è “stare dentro al sistema” per riformarlo temperandone alcuni effetti coercitivi ma senza riconoscerne esplicitamente l’illegittimità delle istituzioni e senza lavorare per il loro smantellamento nei tempi più rapidi possibili).

In alcuni casi, i sostenitori di queste strategie “realiste” in linea teorica concordano con i sostenitori degli altri approcci strategici sul fatto che la radice del problema siano il positivismo giuridico e/o l’assetto economico-istituzionale da questo prodotto. Tuttavia, spesso essi ritengono che questi approcci siano “irrealistici” e “utopistici”: niente più di un esercizio ideale fine a sé stesso. Nei termini della metafora di cui sopra, i sostenitori dell’approccio “realista” sembrano ritenere che la montagna desiderata sia impossibile da scalare. Quindi preferiscono usare il tempo a disposizione per scalarne un’altra più abbordabile.

La ragione principale per cui io non condivido questo approccio strategico è che l’altra montagna, quella più abbordabile, si chiama positivismo giuridico. E questo non è il mezzo per risolvere il problema: è il problema da risolvere (non scordiamoci che l’interventismo economico è reso possibile dal positivismo giuridico). Consolidare e legittimare quest’ultimo (seppur con l’intenzione di ridurre la coercizione in alcuni ambiti) non risolve i problemi, ma nel lungo termine li aggrava. Anche ammettendo che, con un successo elettorale estremamente ampio, con estenuante lavoro, in tempi imprevedibili, con compromessi che torcono lo stomaco e soprattutto contro la natura stessa del positivismo giuridico in particolare quando questo è applicato in ambito “democratico”, anche ammettendo, dicevo, che il “realista” riuscisse a ottenere alcuni obiettivi particolari e quindi a migliorare la situazione e a ridurre la coercizione in alcuni ambiti specifici, questo non vorrebbe dire che avrebbe fatto passi avanti nella direzione della libertà. Ridurre la coercizione in alcuni casi particolari senza alterare i processi giuridici che necessariamente nel tempo tendono a produrre coercizione arbitraria e interventismo non vuol dire aver imboccato il sentiero verso la libertà, vuol dire aver ottenuto, con sforzi immani, solo un temporaneo sollievo nel sentiero verso un totalitarismo necessariamente sempre peggiore nel lungo periodo. Si ha inversione del senso di marcia verso la libertà solo quando, in un modo o in un altro, vengono rivoluzionati i processi giuridici e cioè quando si passa dalla “legge” intesa come strumento di potere politico arbitrario alla Legge intesa come limite non arbitrario al potere politico.

La seconda delle tre categorie strategiche di cui sopra per “scalare la vetta della libertà” è quella delle strategie istituzionali. Queste riconoscono esplicitamente il problema-sorgente (il positivismo giuridico e/o il sistema economico-istituzionale da questo prodotto) e puntano direttamente a una sua sovversione. Etichetterò queste strategie col termine “top-down” (dall’alto in basso) per indicare che ogni cambiamento, ogni riduzione della coercizione, richiede preliminarmente una rivoluzione dell’intera struttura istituzionale: in altre parole, richiede di far tabula rasa della struttura istituzionale attualmente esistente per rimpiazzarla integralmente.

Questa (la via “direttissima”) è la strategia che, allo stato attuale, è percorsa da Liberi Comuni. L’ultima e auspicabilmente non definitiva versione del Codice, per la stesura della quale Rivo Cortonesi mi ha fatto l’onore di chiedermi qualche consiglio e che non ho ancora avuto la possibilità di vedere, ma che auspico rimanga sempre aperta a un miglioramento continuo soprattutto da parte di giuristi libertari del più alto profilo internazionale, vuole essere il testo con cui rimpiazzare quella porcheria che è la costituzione italiana.

Come accennavo in apertura, che Liberi Comuni abbia deciso di affrontare a viso aperto il problema-sorgente (il positivismo giuridico) è un fatto straordinario che in me produce ammirazione assoluta e per questo sono entusiasta di dare il mio supporto nei limiti delle mie possibilità e capacità.

Tuttavia, sul piano strettamente strategico, come ho spiegato chiaramente a Rivo Cortonesi a Lugano e come ho accennato durante il mio intervento a Siena, ci sono alcuni fattori che mi fanno dubitare che la via “direttissima” sia quella migliore. Uno di questi è il fatto che, nelle condizioni attuali, una rivoluzione formale (e naturalmente non violenta) dell’intera struttura istituzionale per via elettorale richiederebbe un’apertura alle idee libertarie, e una capacità di comprensione di queste ultime da parte delle persone (con riferimento alla metafora di cui sopra, un “allenamento alpinistico”), che semplicemente oggi sono quasi del tutto inesistenti, e che, anche assumendo i migliori e i più ampi sforzi di comunicazione, non vedo come possano emergere in misura significativa nell’arco dell’orizzonte temporale che Liberi Comuni mi sembra si sia dato. In altre parole, nelle condizioni attuali scegliere la via più breve potrebbe aumentare significativamente il rischio di bloccarsi in parete e quindi di rendere la scalata infinitamente lunga.

Intendiamoci: se l’alternativa fosse fra la strategia “realista” e quella “top-down”, fra la scalata della montagna sbagliata e la via “direttissima” della montagna giusta, io non esiterei un solo istante a scegliere la seconda, anche se ritenessi impossibile il raggiungimento della vetta. Il fatto stesso che qualcuno provi a combattere il tiranno può contribuire, anche nell’insuccesso del tentativo, a scalfirne il mito di invulnerabilità e a creare una fessura nella cortina di paura che lo protegge. Se qualcuno, pur non riuscendoci, tenta di scalare per primo una vetta estremamente difficile, altri ci proveranno beneficiando della sua esperienza, e prima o poi qualcuno ci riuscirà.

Il positivismo giuridico è la stessa idea filosofica di “legge” del fascismo e del nazismo: la costituzione italiana la ha adottata e rafforzata, non respinta. Per coloro che non hanno un’inclinazione alla servitù, combattere questa idea filosofica di “legge” può essere prima di tutto una questione di onore personale e di rispetto di sé. Al costo di rinunciare agli eventuali e temporanei (ma nel lungo periodo temo inutili) benefici dell’opzione “realista”, la scelta di aggredire a viso aperto il male (il positivismo giuridico) consente di infondere coraggio alle prossime generazioni; di trasmettere loro un messaggio che magari un giorno potrebbe essere raccolto da qualcuno. Per motivi che non sono sempre completamente e razionalmente quantificabili, e che in parte hanno a che vedere con la propria dignità (ricordo il motto dello stato del New Hampshire: “vivi libero o muori!”), aggredire a viso aperto il positivismo giuridico sapendo di perdere (e non avendo altre alternative) può essere un seme da cui un giorno nascerà una pianta forte, e da questa altre ancora.

Tuttavia, io non credo che il positivismo giuridico sia invincibile. Non credo che non esistano alternative. Non credo che l’unica scelta possibile sia fra la strategia “realista” e quella “top-down”, fra la scalata della montagna sbagliata e la via “direttissima” della montagna giusta. Credo che, su quest’ultima, ci sia anche una “via normale”, la quale ha il vantaggio, rispetto alla prima soluzione, di portare alla vetta dell’inversione del senso di marcia (e quindi di aggredire esplicitamente e senza esitazioni il problema-sorgente: il positivismo giuridico) e, rispetto alla seconda soluzione, ha il vantaggio di essere meno difficile e quindi di avere maggiori chances di successo.

E’ meno difficile in quanto, in modo a prima vista paradossale (dato che aggredisce il positivismo giuridico), non richiede una rivoluzione dell’intero sistema istituzionale totalitario esistente (il quale è basato su, ed è espressione del, positivismo giuridico).

Al fine di non abusare eccessivamente della vostra pazienza, per i dettagli di questa strana proposta strategica rimando altrove. Qui mi limito ad accennare che la soluzione del paradosso appena osservato sta nel fatto che, a differenza sia delle strategie “realiste” che di quelle “top-down”, il carattere di questa proposta non è istituzionale ma semi-istituzionale.

Provo a esporre brevemente cosa intendo con questo termine.

Ricordo preliminarmente che nel sistema statunitense, il quale in parte è basato sulla common law di origine inglese (che ha dei limiti filosofici sui quali qui non è necessario soffermarsi ma che in ogni caso espone la libertà a molti meno rischi del positivismo giuridico in quanto mantiene in parte la discussione sul piano dei princìpi generali), nel sistema statunitense, dicevo, la legge viene “decisa” dai giudici a partire da casi particolari. Nel prendere le loro decisioni i giudici si basano di solito, anche se non sempre, sulle decisioni precedenti e sono vincolati dai princìpi stabiliti nella costituzione (i Bill of  Rights), per come sono interpretati dai giudici della Corte Suprema, la quale, a sua totale discrezionalità, poste certe condizioni di giurisdizionalità, può scegliere se revisionare o meno la decisione di una corte di appello inferiore (p. es. statale). La Corte Suprema americana è formata da nove giudici, i quali sono nominati dal Presidente degli Stati Uniti (e confermati dal Senato). Come ha sostenuto Anthony Lewis, definito da qualcuno come “il decimo giudice” [della Corte Suprema] per la sua conoscenza della materia, la Corte Suprema americana non è un organo collettivo ma sono in effetti nove separate strutture legislative: ogni giudice studia il caso indipendentemente dagli altri, lavora in autonomia e in solitudine (poi la decisione della Corte Suprema viene presa a maggioranza).

Adesso, dopo questa breve premessa sulla Corte Suprema americana…

  • immaginiamo non una Corte Suprema ma diverse Corti Supreme, ciascuna con un numero x di giudici maggiore di zero, i quali lavorano in solitudine, come i giudici della Corte Suprema degli USA;
  • immaginiamo che queste “Corti Supreme” non siano istituzioni pubbliche ma organizzazioni private in competizione fra loro e quindi finanziate dal mercato nel modo che vedremo fra poco (nulla vieta a chi lo volesse di crearne una o più, p. es. nella forma di società di consulenza, che abbiano come “giudici”, cioè legislatori, giuristi di altissimo profilo professionale e di nazionalità non solo necessariamente italiana – i princìpi non hanno i confini geografici degli stati);
  • immaginiamo che queste “Corti Supreme” private siano selezionate/approvate arbitrariamente da Liberi Comuni e quindi che i giuristi che le compongono abbiano un orientamento strettamente liberale classico/libertario;
  • immaginiamo che Liberi Comuni, presentandosi alle elezioni, si impegni a difendere determinati princìpi (quelli elencati nel Codice per esempio) e inoltre
  • che Liberi Comuni dia a chiunque ritenga che una norma di qualunque livello sia in violazione di uno o più di questi princìpi (pensiamo alla norma che impone il pagamento del canone RAI ad esempio), la possibilità di appellarsi a pagamento a una di queste “Corti Supreme” private a propria scelta perché questa esprima un parere sull’opportunità di modificare o abolire quella norma;
  • dato che col termine “chiunque” mi riferisco a ogni individuo, gruppo di individui, organizzazione o gruppo di organizzazioni private, italiane e/o straniere, grazie a internet ci sono ampie possibilità di unirsi per ridurre il costo, probabilmente elevato, della richiesta di un parere a una di queste “Corti Supreme” private;
  • nel suo parere, la “Corte Suprema” privata scelta da chi ha sottoposto il caso suggerisce (con adeguata motivazione di principio) se abolire, lasciare inalterata o modificare la norma in questione che complica la vita e limita la libertà di chi ha chiesto il suo parere (con eventuale conseguente riforma o soppressione delle strutture pubbliche collegate: nell’esempio citato, per ovvi motivi, con immediata soppressione della RAI stessa come azienda pubblica);
  • nel caso di modifica della norma, la “Corte Suprema” scelta indica esattamente nel suo parere come essa deve essere modificata e, date le sue arbitrarie valutazioni di ragionevolezza, in quali tempi;
  • (opportune e semplici precauzioni possono essere prese per evitare sovrapposizioni e cioè che in relazione a una stessa norma pervengano a Liberi Comuni pareri di diverse “Corti Supreme”);
  • immaginiamo che, presentandosi alle elezioni, Liberi Comuni si impegni a obbedire ciecamente alle “Corti Supreme” private, cioè a seguire ciecamente i “consigli” informali formulati nei loro pareri, pena il ritirarsi immediatamente e per sempre dall’arena politica;
  • infine assumiamo per un istante (tornerò su questo punto fra poco) l’ipotesi irrealistica che con questa proposta Liberi Comuni ottenga la maggioranza in parlamento.

Ora, tutti i passaggi elencati fin qui (che riassumono in modo parziale e semplificato il meccanismo della proposta) non richiedono il superamento di alcun ostacolo burocratico e si avvalgono del processo di mercato: non solo infatti non richiedono un solo centesimo di denaro “pubblico”, cioè estorto con la violenza alle persone, ma possono essere intrapresi in modo autonomo e privato, non istituzionale, senza entrare in conflitto formale con le istituzioni e le “leggi” fiat: quindi in modo estremamente efficiente, rapido, pacifico e customer friendly.

Il carattere semi-istituzionale della proposta consiste nel fatto che, se da un lato l’effettiva abolizione o modifica della norma che complica la vita delle persone e che ne limita la libertà richiede un passaggio istituzionale da parte di Liberi Comuni in parlamento, dall’altro la “direttiva” per questo passaggio viene originata dal basso da chi, a proprie spese, ha richiesto alla “Corte Suprema” scelta un parere su una determinata norma (approccio “bottom-up”, dal basso in alto) e inoltre viene decisa ed emessa da quest’ultima, quindi da un’organizzazione privata, non istituzionale.

Viene così risolto il paradosso dell’aggressione del positivismo giuridico all’interno del sistema istituzionale che è basato su, ed è espressione del, positivismo giuridico stesso. Il positivismo viene aggredito direttamente ed esplicitamente (e la costituzione italiana viene quindi umiliata e di fatto superata) in quanto in modo informale ma sostanziale la funzione legislativa viene delegata al mercato e viene posta su basi di principio (il positivismo giuridico, cioè la “legge” fiat, viene di fatto, anche se non ufficialmente, sostituito con la Legge). D’altro canto, il fatto che, almeno inizialmente, formalmente viene mantenuto il sistema istituzionale esistente (positivo), facilita molto le cose e rende la strada immediatamente percorribile. In estrema sintesi: questa proposta consente di rivolgere il positivismo giuridico contro sé stesso, cioè di renderlo autoimmune.

Naturalmente, un grosso ostacolo a questa proposta (tale da renderla “irrealistica” almeno all’inizio) è il fatto che, perché fosse pienamente efficace, Liberi Comuni dovrebbe avere la maggioranza in parlamento. Tuttavia non solo questo ostacolo è condiviso da entrambi gli altri approcci (sia da quello “realista” che da quello “top-down”) ma soprattutto esso è in questo caso significativamente ridotto rispetto agli altri approcci strategici in quanto questa proposta crea una struttura di incentivi trasversale non legata agli ideali e agli interessi collettivi di appartenenza. Mi spiego: che sia di “destra”, di “sinistra” o altro, Tizio potrebbe avere convenienza, per esempio, a richiedere alla “Corte Suprema” privata di sua scelta un parere sulla norma che impone di pagare il canone RAI (che adesso tra l’altro grazie all’attuale governo si pagherà in bolletta e in base al reddito) per la violazione, da parte di questa norma, del principio in base al quale nessuno (e quindi nemmeno lo stato) può legittimamente imporre ad altri il pagamento di servizi che questi non hanno richiesto (principio che assumiamo sia fra quelli che Liberi Comuni si impegna a difendere).

Faccio notare, e questo a mio avviso è l’elemento più importante della proposta, che Tizio potrebbe avere incentivo a richiedere un parere su quella norma anche se fosse contrario al rispetto di questo principio generale in altri casi particolari diversi da quello della RAI: casi che sono relativi a servizi che magari Tizio usa e apprezza e che vengono finanziati con soldi estorti ad altri in violazione dello stesso principio (pensiamo ai musei “pubblici” per esempio). Ricordiamoci il fatto fondamentale e troppo spesso trascurato che i princìpi generali tendono a unire persone che hanno interessi particolari diversi, mentre gli interessi particolari, quando sono imposti coercitivamente e collettivamente per “legge” fiat, tendono a dividere persone che hanno gli stessi princìpi. Per questa precisa ragione il totalitarismo ha sempre avuto bisogno e continua ad aver bisogno del positivismo giuridico: per garantire l’efficacia della sua strategia del “divide et impera”.

Un altro elemento di questa proposta, che insieme a quello precedente e non indipendentemente da esso può contribuire ad aumentare quello che con un termine orribile viene chiamato il “consenso elettorale” di Liberi Comuni, e quindi essere utile in funzione di marketing politico, è il fatto che, come si vede nell’esempio riportato sopra, questa proposta consente di aggirare privatamente, legalmente e a senso unico (cioè solo nel senso di una riduzione della pressione, oppressione e discriminazione fiscali, e di una riduzione delle dimensioni e funzioni dello stato, non di un loro aumento) il divieto costituzionale dei referendum in materia fiscale, che è quello grazie al quale, con riferimento al nostro esempio, abbiamo ancora la RAI e l’obbligo legale e illegittimo del pagamento del relativo canone.

Non c’è tempo per illustrare la struttura d’incentivi che verrebbe prodotta da questa proposta strategica; struttura di incentivi che, sebbene in forma molto ridotta, sarebbe attiva anche senza che Liberi Comuni avesse una maggioranza in parlamento. Tuttavia io ritengo che, per le due ragioni accennate sopra e anche per altre, questa proposta potrebbe ridurre considerevolmente l’ostacolo del “consenso elettorale” a un movimento politico che propone una piattaforma politica liberale classica/libertaria.

In chiusura mi limito a evidenziare due cose. La prima è che questa proposta consente di “allenare l’alpinista”: cioè di far ragionare le persone in termini di Legge (cioè in termini di principio) invece che in termini di “legge” fiat (di positivismo giuridico); e soprattutto consente di farle ragionare in questi termini senza che esse se ne rendano conto, in quanto mosse solamente dai loro interessi specifici su casi particolari. E nel lungo periodo un libero mercato senza che le persone ragionino in termini di Legge invece che di “legge” fiat è come una persona senza alcun vaccino e anticorpo che entra costantemente in contatto col peggiore dei virus: il collettivismo.

La seconda è che questa strategia semi-istituzionale (la “via normale”), non è necessariamente alternativa alla strategia “top-down” (la “via direttissima”) attualmente scelta da Liberi Comuni: il Codice dei Liberi Comuni infatti non solo potrebbe essere immediatamente usato nella sua parte relativa ai princìpi (quella che lo caratterizza idealmente) ma inoltre, quando il ragionare in termini di Legge fosse diventato sufficientemente diffuso e abitudinario, il Codice dei Liberi Comuni potrebbe indicare il punto di approdo, lo sbocco istituzionale di questa strategia, che può avere quindi una funzione semplicemente “transitoria”.

In conclusione, e scusandomi per la lunghezza di questo intervento, lasciatemi esprimere di nuovo la soddisfazione di essere qui oggi fra persone che hanno deciso di affrontare a viso aperto il positivismo giuridico. Il coraggio e l’integrità che stanno alla radice di questo progetto rendono il mio supporto in nessun modo condizionato dall’accettazione, da parte di Liberi Comuni, della mia personale visione strategica. Tuttavia, al fine di massimizzare le possibilità di successo di questa bellissima iniziativa politica, il mio consiglio, per quello che può valere, è quello di ragionare su strategie innovative e alternative che combinino aggressione politica senza-se-e-senza-ma del positivismo giuridico con la riduzione massima possibile della difficoltà dell’ostacolo. Nella parte finale di questo intervento ho accennato ad alcuni aspetti di una proposta concreta immediatamente percorribile che può essere tentata in questa direzione.

Grazie.