Monthly Archives: novembre 2015

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FREEDOM & LAW

3 – Freedom and the Law

Nonostante Freedom and the Law sia precedente alla teoria della politica come scambio di poteri e del diritto come scambio di pretese, essa viene qui tratta per ultima poiché si presenta, almeno in parte, come una sorta di “ramificazione empirica” di quella visione del diritto e della politica. Se infatti con quella teoria viene in luce una spiegazione sul fondamento dell’ordine sociale, grazie ad una interpretazione di come possano nascere e svilupparsi le istituzioni sociali (stato e diritto), nel libro del 1961, e in altri brevi saggi dello stesso periodo21, si danno precise indicazioni pratiche su come, coerentemente con quelle idee, si dovrebbe produrre il diritto e considerare la rappresentanza politica. In questo senso la prima è una teoria conoscitiva, che spiega come sia possibile la nascita di un ordine, mentre la seconda è una teoria prescrittiva, in cui si dice cosa si dovrebbe fare per mantenere quell’ordine.

FREEDOM AND LAW

In Freedom and the Law Leoni analizza le riflessioni austriache sull’impossibilità di un’economia centralizzata, che non può tener conto dei prezzi, ossia delle informazioni provenienti da coloro che devono usufruire dei beni. Ciò appare a Leoni come un caso particolare di una teoria generale, poiché non si può arrivare a un vero ordine, giuridico e sociale, senza partire dagli individui, dalle loro esigenze e dai loro bisogni: «il fatto che le autorità centrali di un’economia totalitaria non conoscano i prezzi di mercato quando fanno

i loro piani economici è solo un corollario del fatto che le autorità centrali non abbiamo mai una conoscenza sufficiente dell’infinità di elementi e di fattori che contribuiscono alle relazioni sociali fra gli individui in ogni momento e ad ogni livello»22. Leoni applica questa

critica alla legislazione, che a suo giudizio fa perdere agli individui quella omogeneità di sentimenti e convincimenti giuridici che in altre epoche era esistita, e che aveva consentito di rendere prevedibili le azioni umane, ossia proprio quell’elemento necessario alla teoria della pretesa individuale. Contro la legislazione Leoni propone un’appassionata difesa del ruolo dei giudici, i quali, per il loro modo di operare e per i limiti entro i quali sono confinati, si prestano ad essere considerati i veri rappresentanti del popolo, molto più rispettosi della libertà individuale di quanto non lo siano le assemblee legislative che procedono con votazioni di maggioranza e nelle quali la rappresentanza si palesa come “falso mito”, poiché «il “popolo” non ha alcun mezzo per giudicare la maggior parte delle leggi fatte dai propri rappresentanti>>23.

Un altro problema della legislazione è quello della certezza del diritto, rispetto al quale Leoni (e qui si coglie quanto profonda sia la differenza con Hayek) osserva come leggi scritte, generali e astratte non siano necessariamente in grado di garantire la certezza del diritto nel lungo periodo (una nuova legge si può sempre sostituire con facilità ad un’altra precedente e “certa” sino al giorno prima), e non siano in grado di assicurare la libertà individuale dalle interferenze delle autorità, capaci di creare leggi tanto certe in senso formale quanto tiranniche e negatrici della libertà individuale. Quello che già i greci avevano capito, e che nel mondo contemporaneo si sembra sottovalutare, è che per essere veramente liberi dall’interferenza del potere politico bisogna essere in grado di poter prevedere le conseguenze delle proprie azioni in vista delle leggi future; la certezza di lungo periodo conta quanto e più di quella a breve termine e le due sono qualcosa di diverso e in ultima analisi incompatibile. Solo la certezza di lungo periodo, che Leoni vede realizzata nello jus civile romano e nel sistema di Common Law britannico, è connessa alla libertà individuale, intesa come “libertà dall’interferenza di chiunque, incluse le autorità”.

Leoni sostiene dunque che il diritto può formarsi con un processo diverso da quello legislativo, ossia con un processo giurisprudenziale che privilegi, come nelle scoperte scientifiche, la libertà individuale e «la convergenza di azioni e decisioni spontanee da parte di un grande numero di individui>>24 per adottare quelle che si ritengono le soluzioni migliori. Era quella concezione che appunto caratterizzò la storia romana e quella inglese: il diritto era qualcosa che non andava creato (decretato), ma qualcosa di preesistente che andava scoperto tramite l’opera dei giureconsulti o dei giudici. Il processo davanti ad un giudice, a

differenza del procedimento legislativo, è molto più assimilabile al procedimento dell’economia di mercato. Esso, infatti, si fonda su una sorta di collaborazione tra tutte le parti in causa per cercare di scoprire quale sia la volontà delle persone in una serie di casi simili e così risolvere il caso concreto sollevato dalle parti. Leoni indica dunque una strada per ridurre il più possibile la sfera delle decisioni collettive e della legislazione ed arrivare così ad un sistema che sia veramente in grado di tutelare la libertà individuale, secondo l’idea che <più riusciamo a ridurre la vasta area attualmente occupata dalle decisioni collettive nella politica e nel diritto, con tutti i parafernali delle elezioni, della legislazione e così via, più riusciremo a stabilire uno stato di cose simile a quello che prevale nell’ambito del linguaggio, della common law, del libero mercato, della moda, del costume, etc., ove tutte le scelte individuali si adattano reciprocamente e nessuna è mai messa in minoranza»25.

Si devono dunque sottrarre alla sfera delle decisioni collettive tutte quelle decisioni che non sono tra loro incompatibili, poiché ogni volta che si sostituisce, senza una vera necessità, la regola di maggioranza alla scelta individuale, la democrazia si pone in contrasto con la libertà. Ciò che Leoni prospetta è allora una sorta di grande rivoluzione per la quale <il processo di formazione del diritto dovrebbe essere riformato in modo da diventare un processo principalmente, se non esclusivamente spontaneo, come il commerciare il parlare o il trattenere relazioni complementari da parte di individui con altri individui»26. Lo strumento di questa “rivoluzione” consiste nel separare nettamente il potere giudiziario dagli altri poteri, restituendogli il compito di “scoprire” il diritto che si forma spontaneamente, infatti <il processo può essere descritto come una specie di collaborazione ampia, continua e per lo più spontanea fra giudici e giudicati allo scopo di scoprire qual è la volontà della gente […] una collaborazione che può essere paragonata per molti aspetti, a quella che esiste fra tutti i partecipanti ad un mercato libero»27.

In alternativa alle decisioni collettive Leoni propone dunque la rivalutazione della volontà comune, ossia di quella <volontà che emergere dalla collaborazione di tutte le persone interessate, senza ricorso alle decisioni di gruppo e ai gruppi di decisione»28, dunque senza che nessuno sia costretto coercitivamente ad accettare una certa decisione. È lo stesso processo che si verifica nell’economia, nelle scoperte scientifiche, nella moda, nell’arte e nel linguaggio. In questi ambiti nessuno viene costretto a comprare una determinata merce, ad adottare una determinata innovazione tecnologica o ad usare una certa parola. Tuttavia da questi processi emergono spontaneamente le merci che più soddisfano i bisogni, le invenzioni più efficaci e le parole che più delle altre corrispondono a certi scopi (che risultano più intelligibili ecc.), e vengono adottate spontaneamente (senza coercizione) dalla collettività, che le trova più soddisfacenti delle altre.

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Note :

20 L’espressione si trova, rivolta appunto a Leoni, in J. M. Buchanan Freedom in Costitutional Contract, Texas, A & M University Press, College Station and London, 1977; trad. it. Libertà nel contratto costituzionale, Milano, Il Saggiatore, 1990, p. 50, in cui viene anche analizzata la probabile influenza, anche se non esplicitamente riconosciuta, sull’opera di Richard Posner, Economic Analysis of Law, Boston, Litle, Brown and Co, 1972.

21 Cfr. in particolare Leoni, La fabbrica del diritto (1962) e A “Neo-Jeffersonian” Theory of the Province of the Judiciary in a Democratic Society (1963), ora in Il diritto come pretesa cit., pp. 61-68 e 89-118.

22 Leoni, La libertà e la legge cit., p. 101.

23 Leoni, A “Neo-Jeffersonian” Theory cit. p. 96.

24 Leoni, La libertà e la legge cit., p. 10.

25 Ibidem, p. 145. Per una dettagliata analisi di come nel pensiero di Leoni si arrivi ad una contrapposizione tra la Common Law e la democrazia si veda Capozzi La common law oltre la democrazia cit.

26 Leoni, La libertà e la legge cit., p. 147.

27 Ibidem, p. 25.

28 Ibidem, p. 151.

forse da Cantù (CO), qualche spiraglio di liberazione…..

DI FRONTE ALLA RAPINA FISCALE, CNA COMASCA GENUFLESSA, BEN COPERTA E ALLINEATA COL GOVERNO.
QUANDO IL SERVILISMO FILOGOVERNATIVO DI CERTE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA LE RENDE COMPLICI COLPEVOLI DELLA RAPINA DI STATO.
Che il direttore di CNA Como sia politicamente affine (per non dire di più) col governo romano guidato dal PD è cosa stranota; che ciò lo induca ad atteggiamenti, diciamo così, fin troppo “morbidi” nei confronti del governo è comprensibile (anche se deplorevole); ma che ciò lo debba addirittura spingere a dichiarare ai giornali (“la Provincia” oggi in edicola pag.11) che il problema della aziende comasche sia il fatto che le condizioni di lavoro più favorevoli in Ticino “scippino” (questo il termine utilizzato da Bergna) alle nostre aziende i loro lavoratori che preferiscono andare a lavorare oltre frontiera invece che restare qui, mi sembra davvero al limite della barzelletta (tanto più in tempi di stretta ticinese al lavoro frontaliero).
Che poi la proposta di CNA sia di “trovare qualche incentivo ad hoc per il nostro territorio” (intendendosi per tale il territorio di confine col Ticino) a me pare davvero ridicolo!
Più che la voce del rappresentante di una parte degli artigiani locali, quella del direttore di CNA pare la voce locale del governo romano!
Sarebbe più onesto, a questo punto, che si candidasse nelle liste del PD alle prossime elezioni politiche. E chissà …. magari ci sta pure pensando.
Bisognerebbe dunque che qualcuno gli spiegasse quale sia il vero problema del nostro territorio (e più in generale dell’intera nostra regione): un livello di rapina fiscale da parte dello stato (oggi rappresentato dal “suo” governo) ed a carico di imprese, famiglie e, indirettamente, Comuni del nostro territorio, che davvero non ha eguali nel mondo e che non solo distrugge la competitività delle nostre imprese, ne azzera gli utili e ne disincentiva gli investimenti, ma in più distrugge il mercato interno, svuotando con le tasse le tasche delle famiglie, e massacra i nostri enti locali rendendoli di fatto impossibilitati dal fare alcunchè.
Questo è il vero problema, mica lo scippo ticinese del lavoro comasco!
E di fronte a questo, occorre ben altro che “qualche incentivo”: ciò che serve è una cura da cavallo, a base di tagli drastici (a due cifre, senza virgola davanti) della pressione fiscale! Cosa che, ovviamente, la tiepida CNA comasca si guarda bene dal chiedere con la forza necessaria: hai visto mai che gli amici di partito del direttore di CNA (i quali ingrassano proprio grazie a questo assurdo prelievo fiscale che serve a mantenere l’infinita pletora di nullafacenti partitocratici di destra e di sinistra, presenti ovunque, compresi gli uffici pubblici e parapubblici locali) se ne abbiano a male!!!!!
E allora diciamolo: troppo spesso talune associazioni di categoria, al pari delle organizzazioni sindacali, sono parte integrante del sistema putrescente che ci opprime, del quale condividono, in tutto e per tutto, privilegi e responsabilità!!!!!
Claudio Bizzozero
sindaco libero
del Comune departitizzato di Cantù

STATO DI EMERGENZA E STATO SOCIALE…..

Di Giovanni Birindelli – pubblicato su Catallaxi Institute

In Francia è stato prorogato lo ‘stato di emergenza’ istituito a seguito degli attacchi terroristici. Questo ‘stato di emergenza’ prevede un ulteriore aumento del potere coercitivo arbitrario dello stato, in questo caso bypassando addirittura la figura del giudice e quindi dando ampia discrezionalità alle autorità amministrative e di polizia:

Fa impressione che, in forza di generici richiami all’ordine pubblico e alla sicurezza, ministro dell’interno e prefetti possano disporre domicili coatti, arresti domiciliari, accompagnamenti, divieti di contatto con persone individuate, ritiro del passaporto, divieti di circolazione, di assemblea, di riunione, scioglimenti di associazioni (misura che sopravvive alla cessazione dell’emergenza), … perquisizioni a qualunque ora del giorno e della notte in ogni luogo incluso il domicilio (Massimo Villone)

A seguito di questa estensione dello ‘stato di emergenza’ e anche delle proposte di farlo diventare permanente, non mancano le critiche di alcuni ‘intellettuali’ (specialmente di quelli cosiddetti ‘di sinistra’). Il comune denominatore di queste critiche è il rifiuto del baratto fra ‘libertà’ (o ‘stato di diritto’) e ‘sicurezza’.
Riporto sotto due esempi di queste critiche apparse sui giornali di oggi: una di Massimo Villone su Il manifesto e l’altra di Giorgio Agamben su la Repubblica.

Se definiamo ‘razionale’ una critica che è argomentata in modo logicamente coerente, allora dal mio punto di vista, cioè dal punto di vista di una persona che ritiene che la libertà non possa essere barattata con la sicurezza, queste critiche non sono razionali. E in quanto irrazionali, queste critiche non solo non costituiscono una difesa della libertà ma, forse senza che chi le fa ne sia consapevole, costituiscono una sua ulteriore aggressione. Esse cioè sono di fatto una difesa del potere coercitivo arbitrario dello stato e della sua possibilità di continuare a espandersi.

 

1. Le critiche di alcuni intellettuali al baratto fra ‘libertà’ (o ‘stato di diritto’) e ‘sicurezza’

Prima di svolgere il mio argomento, citerò in maniera piuttosto estesa alcuni passaggi degli articoli menzionati sopra.

In un articolo dal titolo “No a un regime di «semi-libertà»” pubblicato oggi (24 novembre 2015) su Il manifesto, Massimo Villone scrive:

Dopo Parigi, le strade deserte di Bruxelles ci pongono con drammatica evidenza la domanda se la libertà sia un giusto prezzo per la sicurezza. … Deve far riflettere che … la legge di emergenza passi oggi nel sostanziale silenzio di critiche e dissensi e con ampio favore dell’opinione pubblica. Su tutto vince la domanda di sicurezza. Un vento analogo soffia in Italia. Nei sondaggi cresce il numero di chi accetterebbe uno scambio fra diritti e sicurezza. È una tendenza comprensibile, ma pericolosa. Tutti affermano di voler mantenere il nostro modello di vita. Ma la garanzia di diritti e libertà è la rete invisibile che rende quel modello possibile e vitale. … Per tre mesi la Francia è un paese sotto tutela. Un paese di sospettati. Poi si vedrà. In Assemblea Nazionale è stato suggerito che il régime d’exception diventi un droit commun: un diritto ordinario dell’emergenza, perché la minaccia durerà oltre il termine della proroga concessa. È molto probabile. Ma non dimentichiamo che può essere facile assuefarsi a un regime di semilibertà

Sempre oggi, su La Repubblica viene pubblicata un’intervista al filosofo Giorgio Agamben il quale sostiene:

Lo stato di emergenza non è uno scudo per lo stato di diritto come ha detto qualcuno. La storia insegna che è vero esattamente il contrario. Tutti dovrebbero sapere che è proprio lo stato di emergenza previsto dall’articolo 48 della Repubblica di Weimar che ha permesso a Hitler di stabilire e mantenere il regime nazista … Quando oggi ci si stupisce che si siano potuti commettere in Germania tali crimini, si dimentica che non si trattava di crimini, che era tutto perfettamente legale, perché la Germania era in stato di eccezione e le libertà individuali erano sospese. … Ciò che dobbiamo capire è che le ragioni di sicurezza non sono rivolte alla prevenzione dei delitti, ma a stabilire un nuovo modello di governo degli uomini, un nuovo modello di Stato, che i politologi americani chiamano appunto “security State”, stato di sicurezza. Di questo Stato, che sta prendendo ovunque il posto delle democrazie parlamentari, sappiamo poco, ma sicuramente non è uno Stato di diritto, è piuttosto uno stato di controlli sempre più generalizzati. … Nello Stato di sicurezza il patto sociale cambia di natura e degli uomini che vengono mantenuti sotto la pressione della paura sono pronti ad accettare qualunque limitazione delle libertà

 

2. Se il termine ‘libertà’ viene usato in modo diverso a seconda delle tesi particolari che si vogliono sostenere, allora l’argomento è necessariamente irrazionale

Il termine ‘libertà’ (o quello ‘Stato di diritto’) viene spesso usato, come nei passaggi citati sopra, per sostenere una determinata posizione, in questo caso il dissenso nei confronti di misure coercitive arbitrarie aventi lo scopo di garantire una maggiore ‘sicurezza’.

Tuttavia la ‘libertà’ (così come il ‘diritto’ e quindi la ‘legge’) è un concetto astratto. Questo vuol dire, in primo luogo, che, sottintesa o meno, chi usa questo termine deve averne una definizione, e una che sia astrattamente coerente. Se infatti è impossibile sapere qual’è il significato ‘vero’ del termine ‘libertà’, è tuttavia molto facile osservare che lo stesso termine viene abitualmente usato in riferimento a concetti estremamente diversi fra loro e anzi opposti [1].

In secondo luogo, e soprattutto, termini come ‘libertà’ e ‘diritto’ possono naturalmente essere usati, senza perdita di coerenza logica, per sostenere una determinata posizione su una questione particolare. Tuttavia, proprio perché si tratta di concetti astratti, chi li usa in un determinato modo (qualunque esso sia) deve necessariamente usarli nello stesso modo anche in relazione a ogni altra questione particolare. Se questi concetti vengono usati in modo diverso a seconda delle tesi particolari diverse che si vogliono difendere, allora gli argomenti usati a questo scopo perdono di coerenza logica e quindi di validità: diventano argomenti irrazionali.

Negli articoli sopra menzionati, gli autori presuppongono che la libertà sia legata all’assenza di coercizione arbitraria da parte dello stato (p. es. di arresti o di perquisizioni senza quantomeno l’autorizzazione di un giudice). In altri termini, essi presuppongono un’idea negativa di libertà. In nome di questa idea negativa di libertà, essi rifiutano il baratto fra ‘libertà’ e ‘sicurezza’. In buona sostanza, essi dicono, la ‘sicurezza’ non può e non deve essere ottenuta a spese della ‘libertà’; il sacrificio della ‘libertà’ alla ‘sicurezza’ ha implicazioni e potenzialità totalitarie.

Ora, dato il rispetto che entrambi gli autori nei loro articoli mostrano per le costituzioni degli stati in questione e per le relative ‘democrazie parlamentari’, appare lecito assumere, per ovvi motivi, che essi siano a favore del cosiddetto ‘Stato sociale’ e quindi della redistribuzione delle risorse economiche.

Tuttavia, quello che, su un piano astratto (il piano rilevante nel caso della ‘libertà’ e dello ‘Stato di diritto’) accade nello ‘Stato sociale’ è che si ha coercizione arbitraria da parte dello stato (p. es. prelievo fiscale, per di più arbitrario, crescente e perfino discriminatorio), e quindi riduzione della ‘libertà’ intesa in senso negativo, per una (erroneamente presunta, data la mancanza di familiarità con la scienza economica) maggiore ‘sicurezza’ economica, p. es. delle cosiddette ‘fasce deboli’.

In altre parole, coloro che, sulla base di un’idea di ‘libertà’ negativa (da ora in avanti semplicemente libertà), negli articoli citati rifiutano il baratto fra libertà e ‘sicurezza’ nel caso dello ‘Stato di sicurezza’, sono i primi a promuovere questo baratto nel caso dello ‘Stato sociale’.

Per nascondere (prima di tutto a loro stessi) questa contraddizione, in questo secondo caso col termine ‘libertà’ si riferiscono, spesso implicitamente, al concetto di ‘libertà positiva’: la capacità di fare determinate cose (per esempio di curarsi, di istruirsi, di andare a teatro, di andare ai musei, ecc.). Tuttavia la ‘libertà’ positiva è un concetto non solo diverso da quello della libertà negativa, ma logicamente opposto e incompatibile con esso, nel senso che il ricorso alla coercizione statale per ottenere determinate ‘libertà positive’ (molte delle quali sono forme diverse di ‘sicurezza’) implica necessariamente la violazione della libertà intesa in senso negativo.

Quindi le critiche di cui sopra al baratto fra libertà e ‘sicurezza’ sono irrazionali in quanto, mentre da un lato fanno appello a concetti astratti, dall’altro l’uso di questi concetti è diverso e in effetti opposto a seconda delle tesi particolari che si vogliono difendere.

Essendo la ‘libertà’ intesa in termini di assenza di coercizione arbitraria un concetto astratto, essa può essere difesa solo da argomenti razionali e quindi logicamente coerenti. Gli argomenti irrazionali a sua difesa non sono neutri, ma hanno un effetto distruttivo per certi versi ancora più profondo di quelli esplicitamente contrari a essa. Essi infatti sono una specie di cavallo di Troia: avvelenando la libertà dall’interno, la lasciano senza difese e attraggono il consenso di coloro che sono genuinamente a favore della libertà ma che non hanno gli strumenti per capire che essa può essere difesa solo tutta insieme, non à la carte.

 

3. Lo ‘Stato di sicurezza’ non è un nuovo modello di stato ma l’espressione dello stato moderno, e in particolar modo di quello ‘democratico’

Lo ‘Stato di sicurezza’ non è, al contrario di quello che sostiene Giorgio Agamben nella sua intervista, un “nuovo modello di stato … che sta prendendo ovunque il posto delle democrazie parlamentari”. Al pari dello ‘Stato sociale’, esso è una delle più significative espressioni delle ‘democrazie parlamentari’ e, più specificamente, dell’idea filosofica di legge sulla quale esse si ergono: il positivismo giuridico, la ‘legge’ intesa come strumento di potere politico, come decisione arbitraria di un’autorità legalmente costituita (che quest’autorità sia un dittatore o una maggioranza parlamentare non fa alcuna differenza).

A Massimo Villone fa impressione il fatto che in Francia sia stata approvata una legge come la nr. 1501 del 20 novembre che estende lo ‘stato di emergenza’ e quindi prolunga l’ulteriore restrizione della libertà in nome dell’ordine pubblico e della sicurezza. Tuttavia, a lui come ad altri, non fa impressione il fatto che sia stato possibile approvare legalmente una misura di questo tipo. Questo non può stupire. Perché sia impossibile approvare una misura di questo tipo, cioè perché in generale sia impossibile barattare libertà con ‘sicurezza’, è necessario difendere la libertà razionalmente e quindi coerentemente, non à la carte. Questo significa che è necessario difendere la libertà non solo dallo ‘Stato di sicurezza’ ma anche dallo ‘Stato sociale’, cosa che chi, come ad esempio Villone, si riconosce nella costituzione di uno stato come l’Italia o la Francia, tanto per fare due esempi, non può fare. La possibilità del baratto fra libertà e sicurezza nel campo dei cosiddetti ‘diritti civili’ è il prezzo che i collettivisti devono pagare per avere il baratto fra libertà e sicurezza che a loro interessa: quello in campo economico.

In altri termini, perché in generale sia impossibile barattare libertà e ‘sicurezza’ sarebbe necessario invertire l’idea di legge, cioè passare dalla ‘legge’ intesa come strumento di potere politico arbitrario (il provvedimento particolare deciso da un’autorità) alla Legge intesa come limite non arbitrario a ogni potere (la regola generale e negativa di comportamento individuale che deve valere per tutti, stato per primo, allo stesso modo: se è illegittimo che un cittadino qualunque si appropri coercitivamente di risorse altrui allora è illegittimo che lo faccia anche lo stato attraverso la tassazione; se è illegittimo che un privato cittadino contraffaccia il denaro allora, a maggior ragione, è illegittimo che lo faccia la banca centrale attraverso la stampa di denaro fiat a corso forzoso – stampa di cui ha il monopolio legale a causa di un privilegio concessole dallo stato ‘democratico’; ecc.).

 

4. Rumore e silenzio

Villoni si lamenta del fatto che “la legge di emergenza passi oggi nel sostanziale silenzio di critiche e dissensi e con ampio favore dell’opinione pubblica”. Se si parla di silenzio di critiche e dissenso, non è agli argomenti irrazionali di rifiuto del baratto fra libertà e ‘sicurezza’ nel caso particolare dei cosiddetti ‘diritti civili’ che bisogna guardare. Come abbiamo visto, un altro giornale mainstream lo stesso giorno ha pubblicato un’altra voce concordante a quella di Villoni. E sempre nello stesso giorno il Partito Radicale ha organizzato una conferenza stampa sul tema, con posizioni apertamente simili a quelle di Villoni. Se si parla di silenzio di critiche e dissenso bisogna guardare agli argomenti razionali contro il baratto fra libertà e sicurezza in ogni campo: al di là della ristrettissima cerchia dei libertari, su questi argomenti davvero vige il più rigoroso silenzio. Anzi, grazie all’esistenza dei ‘reati’ di opinione, non sono rari i casi in cui in Italia questo dissenso viene perseguito penalmente.

E forse vale la pena notare che questo dissenso è in realtà l’unico dissenso nel senso proprio del termine: appunto perché è l’unico dissenso argomentato in modo razionale, cioè in cui vengono messi coerentemente in discussione quei concetti che il ‘dissenso di superficie’ (o ‘consenso strutturale’) dà per scontati.

 

5. Conclusioni

Il positivismo giuridico, l’idea di legge che (sempre di più anche nei paesi anglosassoni) sta alla base dello stato moderno, specie se ‘democratico’, rende il potere politico illimitato. Un potere politico illimitato tende a espandersi con la stessa necessità con la quale un grave tende a cadere al suolo per la forza di gravità. E contrariamente a quanto affermano i fans della ‘democrazia costituzionale’, non c’è alcun limite non arbitrario a questa espansione. Come dice Michael Oakshott, “Nello Stato moderno, non c’è alcuna legge così antica o così ‘radicata’ che si trovi al di fuori del potere dell’autorità politica di emendarla o di abolirla; e in ogni Stato europeo moderno esiste una nota e riconosciuta procedura mediante la quale questo può essere fatto”[2]. Nelle parole di Bruno Leoni, “Il fatto che i legislatori, almeno in occidente, si astengano ancora dall’interferire in alcuni campi dell’attività individuale – come parlare, scegliere il coniuge, indossare un tipo determinato di abbigliamento, viaggiare – nasconde di solito il crudo fatto che essi hanno effettivamente il potere di interferire in questi ambiti”[3].

Villoni conclude il suo articolo ricordando che può essere facile assuefarsi a un regime di semilibertà. Dal mio punto di vista, noi oggi ci siamo assuefatti a un regime totalitario-democratico (chi ritiene che i due termini siano in contraddizione fra loro confonde libertà e democrazia): lo ‘Stato di sicurezza’ e lo ‘stato di emergenza’ non sono che necessarie evoluzioni di questo regime. E se ci siamo assuefatti al totalitarismo, se ci siamo abituati al fatto che lo stato moderno tenta di risolvere ogni problema con una sua progressiva espansione (ignorando che spesso è proprio la precedente espansione che ha causato il problema), questo è dovuto anche al fatto che gli ‘intellettuali’ che dovrebbero difendere la libertà intesa in termini di assenza di coercizione arbitraria, e quindi che dovrebbero difendere la Legge intesa come limite non arbitrario al potere, difendono e anzi danno per scontata la ‘legge’ intesa come strumento di potere politico arbitrario. In altre parole, questa assuefazione al totalitarismo è dovuta molto al silenzio che circonda gli argomenti razionali in difesa della libertà: un silenzio di cui quasi tutti gli ‘intellettuali’ contemporanei portano la responsabilità.

 

NOTE

[1] Come dice Lord Acton,

La libertà, insieme alla religione, è stato il motivo di buone azioni e pretesto comune del crimine […] Nessun ostacolo è mai stato così costante, o così difficile da superare, come l’incertezza e la confusione circa la natura della vera libertà [Acton, J. E. E. D., 1985 [1877], Essays in the History of Liberty (Liberty Fund, Indianapolis IN), p. 5.].

E come dice Abramo Lincoln,

Noi dichiariamo tutti di essere a favore della libertà; ma nell’usare la stessa parola non tutti le diamo lo stesso significato. Per alcuni la parola libertà può significare che ogni persona può disporre di sé stessa e del frutto del proprio lavoro; mentre per altri la stessa parola può significare che alcune persone possono disporre di altre persone e del frutto del loro lavoro. Qui ci sono due cose non solo differenti ma opposte chiamate con lo stesso nome, libertà [Lincoln, A., 2008 [1864], The Collected Works of Abraham Lincoln, (Wildside Press, Rockville MD), Vol. 7, pp. 301-302].

[2] Oakeshott, M., 2006 [1966-1967], Lectures in the History of Political Thought (Imprint Academic, Exeter & Charlottesville), p. 369.

[3] Leoni, B., 2000 [1961], La libertà e la legge (Liberilibri, Macerata), p. 10.

 

Terrorismo e Statalismo……

dalla primitiva propensione di alcuni nostri simili, a considerarsi indispensabili agli altri e di sentirsi pertanto per ragioni note solo a loro, destinati ad occuparsi degli affari altrui, nasce l’idea che l’organizzazione di una comunità e di una società e di uno stato debba essere una cosa pensata dai prepotenti a tavolino, permanente o meglio eterna, valida per tutti coloro che hanno in comune qualche elemento ritenuto essenziale : di solito il territorio. Poi eventualmente anche la lingua e la cultura, e dove queste sono disponibili in abbondanza, come ormai capita in Europa, c’è sempre a disposizione il multiculturalismo, per la lingua ci si arrangia con l’inglese. Magari presto sarà l’arabo. Sopra il prepotente coi suoi sodali. Sotto tutti gli altri. Si vero, avevo dimenticato : a questi altri di tanto in tanto viene data una cartuscella colorata da infilare in una cassetta di compensato. Salvo che non vi sia pericolo di stravolgimenti. In questi casi la demokrazia, come ha impunemente sottolineato quell’inverecondo dinosauro del mesozoiko, già presidente di fallitaGLia, classe 1925 comunista d’antan e sputasentenze a orologeria : “….adesso l’italia ha bisogno di governabilità e non di elezioni…”. E mandato via Belusconi, in perfetto stile leninista, scuola giovanile della sua spregevole formazione, il suddetto dinosauro, sempre a orologeria, ha messo a capo del governo i giullari funzionali (il rag. Montozzi, il deciso Letta La Qualunque, e Renzye l’ultimo dei patacca) al mantenimento della calma, all’ammansimento delle greggi che rischiano di risvegliarsi e da pecore diventare lupi. Meglio evitare, vero Georgescu Napolitanu, la demokrazia d’accordo. Ma fino a un certo punto, poi meglio Lenin, Stalin e la falce e martello ? Puah !! Da coprire di sputi e catarro.

Dalla primitiva propensione dunque di alcuni prepotenti o spacconi, incapaci sicuramente di pensare ai fatti propri, sono nati e continuano a nascere dappertutto stati. Ci sono quelli che dichiaratamente sono religiosi tipo musulmani e similari, e altri che si dichiarano laici ma sotto i vessilli multicolore della democrazia, nascondono la più temibile idolatria religiosa contemporanea. Quella nel dio stato, alimentata dalla fede nella dottrina dello statalismo, ottima foraggio per le greggi elettorali corroborato da ogni sorta di sonnifero sociale, dal calcio alle lotterie, dalla libertà dei costumi a quella dell’informazione !!!

Dalla terrificante prepotenza di alcuni, altri si sono convinti nei secoli che è impossibile vivere altrimenti. Tutti sono pronti a rispondere : come si fa senza qualcuno che dirige, qualcuno che comanda, qualcuno che governa. Scoppierebbe l’anarchia !! Classica risposta automatica che tutti pronunciano senza il benchè minimo dubbio. Almeno due dubbi, io me li sono posti tanti anni fa.

Il primo : scoppierebbe l’anarchia ? Ah !! ma guarda te !! E perchè quella intorno a noi, come la chiami ? ordine e disciplina ? Senza scomodare il terrorismo di questi giorni, cos’è la gente che viene ammazzata a casa per qualche centinaio di euro ? cosa sono qualche migliaio di suicidi di licenziati, dissocupati, falliti ? cosa sono le nostre città, ormai invase da orde di disperati da tutti i cinque continenti, mendicanti e costretti a vivere in ogni angolo dove ci sia un riparo, una stazione della metropolitana, un ponte, una pensilina ? cosa sono le centinaia di migliaia di giovani e meno giovani in fuga dal nostro paese per cercare speranze o solo sopravvivenza in ogni angolo del globo ? cosa sono i milioni di pensionati alla fame, dopo una vita di lavoro, sacrifici e INPS ?

come lo chiamate tutto questo e altro ancora ? progresso e civiltà ? e agitate la parola anarchia, avendola scambiata con quello che vi hanno raccontato a scuola da piccoli !!

Secondo dubbio : se proprio ci vuole qualcuno che comanda o che organizza la vita di una comunità, non è proprio possibile riunirsi in comunità libere dove ciascuno, indipendentemente dal territorio dove vive e dalla lingua e da altre differenze, possa scegliere con chi condividere esperienze, lavoro, affari, speranze, scegliendosi gli eventuali “capi” o “leader” in modo libero e intercambiabile, senza partiti, senza pregiudizi, senza ideologie, senza pianificazione centrale, senza promesse di diritti o imposizione di doveri, se non quelli che derivano dal proprio personale interesse che vuole convivere con altri personali interessi  ?

Il fancazzismo, è quella consolidata propensione di molti, usata come merce di scambio con la primitiva propensione di alcuni di occuparsi degli affari altrui col loro consenso, il più delle volte estorto coi soldi di tutti e con la mirabolante promessa di poter passare tutta la vita sulle spalle degli altri. Il terrorismo non è dissimile dal fankazzismo.

FANKAZZISMO

Ecco la miscela esplosiva degli stati, retti da parlamenti, sovrani e parlamenti, camere e assemblee nazionali,  quirinali, case più o meno bianche o color crem(l)ino !!! Da questo incontro tra propensione al fankazzismo e alla prepotenza, nascono gli stati di diritto. Tutto è un diritto. I doveri ? beh si trovano prima o poi dei fessi per compierli.

Diritti a tempo indeterminato, per bacco !! a nascere, a morire, per lavorare, per andare in pensione a scuola, in ospedale, per andare all’estero e rientrare, per leggere e informarsi, per sposarsi e amare, vendere e comprare !!! chi è costui o chi sono costoro che dispongono a loro piacimento di tutti questi diritti come merce di scambio, e ne fanno dono a chi pare a loro. Se vuoi sposarti e avere 10 figli o nessuno, se vuoi commerciare all’aperto o al chiuso di un negozio, se vuoi lavorare 60 ore settimana fino a prima di crepare oppure sei tra quelli che invece preferiscono bighellonare tutto il tempo, perchè questi diritti ti devono essere concessi ? e da chi ? da un gruppo di persone che fino al giorno prima facevano parte di quelli come te. Non ti sorge il dubbio che qualcosa in questo meccanismo sa di truffa, di finzione, di tranello ?

Il terrorismo è parente degenere dello fankazzismo, perchè è l’effetto dell’imposizione di doveri da compiere,  uno in particolare : morire per una causa, non prima di aver seminato morte, terrore e paura tra le fila di inermi nemici. Il terrorismo è il dovere di sistemare le cose che non vanno, in modo veloce e violento. Dovere di aderire a una legge religiosa, a una setta, a un’organizzazione militarizzata. Dietro al terrorismo altre forme di potere e di stati, altri prepotenti buoni a nulla se non a volersi impicciare dei fatti di tutti coi soldi altrui. I terroristi che si fanno esplodere e uccidono, sono le vittime di quest’inganno di segno opposto rispetto al fankazzismo. Ingannati che il loro stato, la loro cultura, la loro religione, si devono affermare col loro sacrificio.

TERHORI

L’atroce differenza tra fankazzisti di cui pullula il mondo occidentale, quello delle “demokrazie da esportare” per intenderci, e i terroristi che provengono dai paesi mediorientali, o che vi sono ritornati per addestrarsi e imbracciare Sharia e armi automatiche, sta nella disponibilità di questi ultimi a cercare la morte per compiere un dovere, contrapposta all’attaccamento alla vita e alle sue comodità per i primi, pur di godere diritti.

Dalla prima parte, eserciti soprattutto di giovani nati e allevati a dosi massicce di demokrazia e imbottiti di idolatria dello stato e delle sue mirabolanti capacità divine di combattere fame, morte, disoccupazione e ogni sorta di male senza successo pratico ma continuamente giustificate e addebitate a ipotetici nemici, con l’incessante azione di propaganda dei media.

Dalla seconda parte, altri giovani con il vuoto dentro come i precedenti, a cui lo stato francese, inglese, belga, italiano ed europei in genere, non è riuscito a raccontarla per intero la barzelletta della demokrazia e dei diritti a buon mercato. E sono sfuggiti di mano allo stesso sistema di produzione dello statalismo che vorrebbe sfornare sempre e solo cittadini modello, elettori abituali, contribuenti fedeli. Insomma orde di pecore che passano la vita a belare e brucare l’erba. Ma ogni tanto la produzione fallisce ed ecco pronti i terroristi.

Questi giovani non devono averla bevuta tutta la storiella della propaganda, hanno quindi cercato risposte alle loro ansie e alle loro domande. Hanno prontamente trovato altri prepotenti non meno criminali dei chieirici di stato, che li hanno istruiti e hanno dato loro dei doveri, per sostituire i diritti mancati nell’altro stato, quello ufficiale, diciamo così.

Questi prepotenti sono imam, dicono le cronache. Sono sceicchi del terrore e altri impostori che pur di soddisfare la propria propensione alla prepotenza, hanno ingannato e ingannano migliaia di giovani mediorientali ed europei nati e vissuti in questo deserto di valori che è diventata l’Europa post-cristiana.

Il terrorismo è dunque il frutto velenoso dello statalismo, la mina sfuggita di mano. Non verremo a capo di nulla, se non ritorneremo alla libertà, che nulla ha a che vedere con la democrazia, le kostituzioni repubblikane e tutti gli altri orpelli dei tiranni di ieri e di oggi, dell’occidente e di ogni altra parte del mondo.

Mentre i capi di governo e tutti i parassiti di palazzo, si sbracciano e si tirano i capelli davanti alle telecamere invocando unità nazionale, bandiere e spirito patriottico, la gente rimane attonita e impaurita e sempre più disillusa. Passaggio obbligato speriamo, perchè tutte queste cassandre pronte a piangere sulle tragedie altrui, mentre passano la vita a decretare sul diametro di cetrioli e sul tasso di azoto nei fertilizzanti, siano presto smascherate per quelle che sono : solo spregevoli prepotenti e illusionisti da strapazzo, da mettere alla gogna.

Come speriamo che anche i terroristi che ancora non si sono fatti saltare per aria e non hanno ammazzato nessuno, comprendano che sono passati da una storiella che non hanno bevuto a una pozione di veleno porta loro da prepotenti col turbante e il conto in Svizzera, col Corano nella mano destra e il passaporto diplomatico nell’altra.

INFLAZIONE MALATTIA PRIMARIA

Inserisco qui, un post apparso ieri sulla pagina FB dell’amico Giovanni, che in modo efficace sintetizza questioni di libertà essenziali, in particolare di libertà economica derivante o meno dalla presenza e dall’invasività di un monopolista centrale, rappresentato in Europa dalla BCE capitanata dall’italiano Mario Draghi.

Per approfondire l’argomento, suggerisco il libro di Andrea De Marchi, dal titolo “Inflazione Malattia Primaria” Editore Usem Lab di Francesco Carbone – http://shop.usemlab.com/it/libri/3-inflazione-malattia-primaria.html

inflazione-malattia-primaria

Ecco a voi il post di Giovanni Birindelli ( https://www.facebook.com/giovanni.birindelli?fref=ts ) :

Draghi: «faremo il necessario per aumentare inflazione».

Domanda: al di fuori della ristretta cerchia dei libertari, quanti sono, così a spanne, quelli che capiscono il significato economico e le implicazioni etiche di questa frase?

Riformulazioni della frase di Draghi:

1) In quanto organizzazione criminale dedita alla contraffazione, faremo il possibile per diminuire il potere d’acquisto della moneta che il nostro mandante, lo stato, obbliga con la forza le persone a utilizzare. In altri termini, faremo il possibile per tassare ulteriormente le persone senza che molte di queste se ne accorgano e senza che qualcuno debba pagare il costo politico di questa ulteriore tassazione;

2) Faremo il possibile per trasferire risorse dai creditori (cioè da chi risparmia) ai debitori, e quindi al debitore maggiore di tutti: lo stato. Così che chi ha risparmiato una vita possa trovarsi con un pugno di mosche in mano e chi si è indebitato possa ritrovarsi miracolosamente cancellati i suoi debiti;

3) Faremo il possibile per incentivare gli stati a continuare a indebitarsi e quindi anche a finanziare le loro guerre in territorio straniero. Quindi faremo il possibile perché aumentino gli attacchi terroristici in Europa;

4) Faremo il possibile per incentivare investimenti che, sulla base delle risorse economiche effettivamente esistenti per essi (vale a dire sulla base dei risparmi esistenti), sono economicamente insostenibili, cioè che a tassi d’interesse di mercato non avrebbero mai potuto essere finanziati. In altri termini, faremo il possibile per creare ulteriori e sempre peggiori crisi economiche cicliche (dandone poi la colpa al ‘capitalismo’ di cui il sistema economico dai noi prodotto è la negazione).

Sudditi e democrazia….

….chi appartiene alle oligarchie democratiche non ha qualità specifiche. La classe politica democratica è formata da persone che hanno come elemento di distinzione unicamente,e tautologicamente, quello di fare politica.

PAROLE PAROLE

La loro legittimazione è tutta interna al meccanismo politico che le ha prodotte. Sono i professionisti della politica, che vivono di plitica e sulla politica secondo la lucida e spietata analisi di Max Weberche scrive “di politica come professione vive chi tende a farne una duratura forma di guadagno” …….

Poichè non è necessaria alcuna qualità prepolitica la selezione della nomenklatura è autoreferenziale, puramente burocratica, avviene all’interno degli apparati di partito attraverso lotte oscure, feroci, degradanti, spesso truffaldine.

L’oligarca democratico è un uomo senza qualità.La sua qualità è quella di non averne alcuna. Il che gli consente una straordinaria adattabilità…..

L’uomo politico democratico invece parla. Non fa che parlare.E’ la sua attività principale e quasi esclusiva…… E la parole è frode, inganno, menzogna……

Il leader democratico è un demagogo e non è un caso che questo termine sia stato appioppato per la prima volta a Pericle, il principe della democrazia ateniese, e non ad un qualche tiranno. Vive di parole. E’ tutto fuorchè un uomo d’azione. E’ un culo di pietra.

E la possibilità di verificare la coerenza delle sue parole con i fatti, che si riducono sostanzialemtne alla formazione delle leggi o, se siede al governo, all’emanazione di provvedimenti amministrativi, è minima.

Fra le parole e gli atti passa in genere un tal lasso di tempo, riempito da altre parole, che il cittadino si è ormai dimenticaato di ciò che era stato detto in origine.

Non perchè il popolo sia necessariamente “bue”, come lo considerano gli oligarchi democratici, al di là degi omaggi verbali e di facciata, ma perchè la gente, come cantava Enzo Jannacci, ” l’ha ga i so impegn’ “, deve lavorare, mentre quelli sono professionisti e non han altro da fare che parlare.

Il libro da cui sono stati tratti questi pensieri dell’autore, è stato scritto nel 2004. All’epoca l’attuale parassita del consiglio, già patacca degli uffizi era solo un bullo di partito di periferia. Leggete sotto e ditemi se non ritrovate i connotati di tali squallidi personaggi, che pullulano e infestano questo martoriato e ormai senza speranze paese ?

 

tratto da Massimo Fini “Sudditi : manifesto contro la democrazia”. Editore Marsilio (Marzo 2004)

A Milano prima di natale….

benvenuto caro amico.

Se sei passato di qui per caso, o se ci sei venuto appositamente, sappi che il 22.12 alle ore 21 mangeremo una pizza qui a Milano in luogo da stabilire. Se vuoi unirti a noi sarai il benvenuto.

Sono Antonino Trunfio, attuale presidente di Liberi Comuni, associazione politica che si propone per la difesa di principi che puoi trovare nel nostro Codice.

Se vuoi partecipare, iscrivi al gruppo FB di Liberi Comuni e iscriviti anche qui sul blog. Poi dacci la conferma scrivendo a : a.trunfio@tiscali.it

a presto

Antonino

Four ways to build a free society : 4th part

Concludiamo con questa ultima 4 parte, la pubblicazione della traduzione in Italiano delle 4 vie per costruire una società libera, tratto da un discorso tenuto a Phoenix (USA) al Von Mises Institute.

Sotto trovate la traduzione in Italiano, fatto da un nostro amico che preferisce restare anonimo ma al quale va il nostro ringraziamento. Due delle 4 parti le ha tradotte invece Andrea Pellis. Dopo la traduzione in Italiano, trovate anche l’originale in Inglese. Per leggere le precedenti tre parti, scorrete questo post facendo scorrere la pagina dello schermo verso il basso. E in successione troverete i brani.

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  1. RESISTENZA

Naturalmente un’altra strategia spesso discussa tra i libertari coinvolge la semplice resistenza allo Stato, manifesta o occulta che sia. Questa tattica contempla azioni quali la disobbedienza civile, la protesta fiscale, l’evadere o ignorare le regolamentazioni impegnandosi nell’agorismo ed il mercato nero.

Contempla inoltre l’uso di tecnologie avanzate per far progredire la libertà. I libertari tecnologici della “terza via” , promuovono questo approccio citando progressi quali la criptazione, le valute cibernetiche e le piattaforme come Uber le quali all’inizio del loro sviluppo, vivevano in una sorta di zona grigia rispetto alla loro legalità.

L’agorismo era l’approccio favorito del tardo libertario teorico Sam Konkin, il quale incoraggiava la gente a bypassare lo Stato dedicando la loro vita economica alle attività di mercato nero o grigio così evitando le tassazioni e regolamentazioni per aiutare a restringere la bestia: Konkin la chiamava la “contro-economia”

L’agorismo e le sue varianti furono criticate da Murray Rothbard che trovò le antipatie di Konkin per il lavoro salariato ed il mercato bianco, alla fine un antimercato: dopotutto che cosa può offrire l’agorismo alla maggioranza dei lavoratori salariati ? E chi procurerà i i beni e i servizi legittimi quali le automobili e l’acciaio? Rothbard vedeva gli agoristi come negazionisti della schiacciante mole della vita economica per concentrarsi sulle marginalità.

E ad essere franchi: la nozione di vivere una vita agoristica nell’ombra, senza avere ad esempio una patente di guida o un immobile, non avrebbe molto fascino a livello delle masse.

Per quanto riguarda le nuove tecnologie per bypassare lo Stato, sono totalmente d’accordo. Qualsiasi innovazione che renda più difficile allo Stato di governarci è un qualcosa, a livello pratico, da celebrare. Ma dovremo sorvegliare contro le false speranze: le stesse tecnologie che servono per facilitare la privacy, il trasferimento di titolo o lo spostamento nascosto di denaro o di persone, possono essere utilizzate dagli apparati di spionaggio statale.

E comunque nessuna innovazione può cambiare la questione fondamentale del se e come lo Stato dovrebbe organizzare le attività umane.

 

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  1. Resistance

Of course another strategy often discussed among libertarians involves simple resistance to the state, whether open or covert. This tactic contemplates actions like civil disobedience, tax protests, evading or ignoring regulations, and engaging in agorism and black markets.

It also contemplates the use of technological advances to advance freedom. “Third way” libertarian technologists promote this approach, citing advances like encryption, cyber currencies, and platforms like Uber — all of which when first developed existed in a sort of grey area as regards their legality.

Agorism was the preferred approach of the late libertarian theorist Sam Konkin, who encouraged people to bypass the state by devoting their economic lives to black-market or gray-market activities, thus avoiding taxation and regulation and helping to shrink the beast. Konkin called it “counter-economics.”

Agorism and its variants was critiqued by Murray Rothbard, who found Konkin’s antipathy to wage labor and “white markets” as anti-market: after all, what does agorism offer the vast majority of wage workers? And who will provide “legitimate” goods and services like automobiles and steel? Rothbard saw agorists as “neglecting the overwhelming bulk of economic life to concentrate on marginalia.”

And let’s be frank: the notion of living an agorist’s life in the shadows, without, for example, having a driver’s license or owning real estate, might not hold mass appeal.

As for applying new technology to bypass the state, I’m all for it. Any innovation that makes it harder for the state to govern us, as a practical matter, is something to be celebrated. But we should guard against false hope: the same technology which serves to facilitate privacy or title transfers or stealth movement of money or people can be exploited by the state’s spying apparatus. And no innovation can change the fundamental questions of whether and how human affairs should be organized by the state.

DIFENDERE LA LIBERTA’……

Domani pubblicheremo la quarta e ultima parte delle “4 Ways to build a free society”, con la traduzione di Andrea Pellis che ha tradotto le prime due parti, o dell’amico che desidera restare anonimo che ha tradotto la terza parte.

Intanto oggi non possiamo mancare di pubblicare quanto scritto da Giovanni Birindelli sui recenti fatti di Parigi, in particolare su una dichiarazione del direttore del Sole24ore, a proposito del terrosismo.

Il post di Giovanni è stato pubblicato sul sito del Movimento Libertario ( http://www.movimentolibertario.com/2015/11/difendere-la-legge-per-difendere-la-civilta-e-la-liberta/#comment-213065 )

Qui ne riportiamo in originale, il testo. Sintesi ed efficacia senza competitors. Sarà per quello che il direttore del Sole24ore non aveva di fronte Giovanni Birindelli intervistato pure lui sull’argomento. Il direttore del Sole, sarebbe stato coperto di vergogna da quello che adesso avete il privilegio di leggere qui sotto.

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Il direttore de Il Sole 24ore: “Combattere uniti per difendere la civiltà”. L’unione attorno alle decisioni dei governanti (incluse le loro guerre) si chiama collettivismo. Non di rado, con l’aiuto della stampa di regime, i governanti sfruttano la destabilizzazione emotiva prodotta da un attacco terroristico per far guadagnare terreno al collettivismo, e quindi per far perdere terreno alla libertà.

L’unione attorno alla Legge intesa come regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti (inclusi gli stati) allo stesso modo ed esistente indipendentemente dalla volontà e dalla decisione di chiunque (o, in altri termini, intesa come principio di non aggressione), si chiama società libera.

Quindi se il concetto di “civiltà” è legato a quello di ‘società libera’ (e non vedo come possa essere altrimenti), per quanto riscaldi gli animi ed ecciti gli spiriti, la frase “combattere uniti per difendere la civiltà” è una contraddizione in termini.

Per difendere la libertà serve stare dalla parte della Legge: il limite non arbitrario a ogni potere. Per continuare a espandersi, tuttavia, gli stati hanno bisogno di stare dalla parte opposta della Legge e cioè dalla parte della “legge” fiat: lo strumento di potere politico arbitrario. Il risultato del collettivismo (e quindi della “legge” fiat) è che la civiltà progressivamente decade.

Le possibilità che la civiltà ha di riaffermarsi dipendono necessariamente dal fatto che un numero sufficiente di persone mantenga i nervi saldi e sia in grado di distinguere, nonostante la martellante propaganda di regime, e soprattutto dopo un atroce attacco terroristico, fra unione attorno alla Legge e unione attorno alle decisioni dei governanti o di una maggioranza.

Four Ways to Build a Free Society : the 3rd one

Pubblichiamo qui, la seconda delle 4 opzioni per costuire una società libera. Ringraziamo questa volta un amico che non vuoe essere citato, per la traduzione dall’originale in inglese dell’articolo. In fondo trovate l’originale. Se desiderate leggere la prima e la seconda opzione, scorrete le pagine verso il basso.

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  1. Cuori e menti

Una terza tattica che i libertari spesso promuovono la potremmo chiamare : vincere i cuori e le menti. Questo approccio è multiplo coinvolgendo educazione, accademici, i media tradizionali e sociali, libri ed articoli, la letteratura ed anche la cultura pop. Cuori e menti è il perchè teniamo conferenze come queste. La strategia di “cuori e menti” è interamente basata sull’educazione la persuasione ed il marketing a tutti i livelli, ed è anche l’approccio su di cui penso l’istituto Mises ha compito i maggiori passi avanti.

La strategia “cuori e menti” sostiene che nessun cambiamento può avvenire fin quando una parte significante della popolazione non si liberi delle idee sbagliate ed abbracci idee sensibili, in particolare nei campi della politica, economia e delle teorie sociali. La politica è un lento indicatore che segue a posteriori la cultura. Noi ci dobbiamo focalizzare sulla malattia sottostante, non i sintomi. Così come i progressisti di sinistra hanno catturato le Istituzioni occidentali – accademie, notiziari e media, governi, chiese, editoria, Hollywood e i social media – i libertari devono concentrare i loro sforzi per reclamare queste istituzioni per la libertà ed un futuro più luminoso. Quindi è sensato lanciare ed inserire persone dal pensiero libertario nei canali accademici, economici, mediatici e religiosi. Solo così potremo colpire alla radice, o almeno indebolire, la mentalità che sostiene lo Stato.

Chiaramente un attacco così vasto a queste Istituzioni è un compito scoraggiante. E’ un lungo gioco, ma il ragionamento è questo: fin quando non conquisteremo i cuori e le menti, avrà scarsa importanza chi eleggeremo, che leggi saranno approvate o come organizzeremo le nostre vite private e professionali: la solita mentalità statalista nel tempo ritornerà a galla per operare contro di noi.

Sicuramente il racket dell’educazione statale costituisce l’obiettivo più idoneo e maturo per questo approccio, con le scuole pubbliche deteriorate a spensierate zone di PC e le università che continuano a produrre laureati pesantemente indebitati e con prospettive di lavoro incerte, diventa sempre più ovvio, anche all’opinione pubblica, che questo modello non è più sostenibile.

Ecco perché abbiamo un’opportunità, come mai prima, di poterci appellare direttamente alla platea di persone colte così da portare alle masse le teorie libertarie degli economisti austriaci ad un costo irrisorio. La rivoluzione digitale è stata una grande leva e noi dobbiamo usarla al nostro massimo vantaggio per cambiare quanti più possibili “cuori e menti”.

Però questa strategia non è per i deboli di cuore e non promette un aggiustamento rapido. E’ una strategia per persone sagge e pazienti con un orizzonte a lungo termine.

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Versione originale inglese

  1. Hearts and Minds

A third tactic that libertarians often advocate we might call “winning hearts and minds.” This approach is multi-pronged, involving education, academia, traditional and social media, religion, books and articles, literature, and even pop culture. Hearts and minds is why we hold conferences like this. The hearts and minds strategy is all about education, persuasion, and marketing, at every level. And it’s the approach through which I think the Mises Institute has made the most headway.

A hearts and minds strategy argues that no change can occur unless and until a significant portion of a given population shrugs off its bad ideas and embraces sensible ideas, particularly in the areas of politics, economics, and social theory. Politics is a lagging indicator, and it follows downstream from culture. We should focus on the underlying disease, not the symptoms. Just as Left progressives have captured the institutions of the West — academia, news media, government, churches, Hollywood, publishing, social media — libertarians ought to focus our efforts on reclaiming these institutions for liberty and a brighter future. So it makes sense to launch liberty-minded people into the streams of academia, business, media, and religion. This is how we strike the root, or at least chip away, at the mindset that supports the state.

Clearly a wholesale attack on these institutions is a daunting task. It’s a long game. But the argument goes like this: until we win hearts and minds, it scarcely matters whom we elect, what bill gets passed, or how we arrange our personal and professional lives. The same statist mentality will surface time and time again to work against us.

Surely the state’s education racket offers the ripest target for this approach. As public schools deteriorate into mindless PC zones, and as universities continue to produce heavily indebted graduates with uncertain job prospects, it becomes increasingly obvious to the public that the whole model is unsustainable.

That’s why we have an opportunity like never before to appeal directly to the intelligent lay audience, and bring Austrian economics and libertarian theory to the masses at very little cost. The digital revolution has been the great leveler, and we should use it to its full advantage in changing as many hearts and minds as possible.

But this strategy is not for the faint of heart, and it doesn’t promise a quick fix. It’s a strategy for sober people with long time horizons