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Perifrasi della costituzione: art. 33 – 34 scuola, alunni, borse di studio ed esami di stato

Non sono un esperto di diritto ma questo impedisce nessuno di leggere e avere delle opinioni dell’unico contratto imposto con la coercizione dalla nascita a chiunque: santa romanae kostitutionem.

L’amico Giovanni Birindelli, studioso di filosofia del diritto e autore di capacità fuori dal comune, (ritorno a raccomandare la lettura del suo “La sovranità della legge” (vedi qui), a chi lo scambia (durante conferenze, eventi o incontri) per uno che ha studiato giurisprudenza all’università, risponde glaciale: “per fortuna, no”.

Faccio mie queste sue lapidarie parole e vi presento le due nuove acrobazie giuridiche della costituzione italiana:

ART. 33 L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

 ART. 34 La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Limitandoci agli aspetti meramente linguistici, l’esordio su arte e scienza dell’art.33, è stucchevole. L’arte e la scienza infatti esistono da quando esiste l’uomo. I graffiti nelle caverne, il fuoco, la ruota ne sono una prova preistorica.

Lasciamo da parte la linguistica e consideriamo invece gli effetti pratici. Le conseguenze non sono stucchevoli ma tragiche.

ARTE: cosa ne è del patrimonio artistico millenario di cui l’Italia dispone? In ogni angolo della penisola, l’elenco degli esempi di abbandono, degrado, mancata valorizzazione di monumenti, reperti e siti archeologici, musei, centri storici, opere di interesse artistico, è interminabile.

SCIENZA: la scienza è il risultato della ricerca. In Italia la ricerca privata è stata liquefatta grazie ad uno spregiudicato livello di tassazione. Della ricerca pubblica dicono tutto le statistiche ufficiali Istat, la fuga all’estero dei migliori ricercatori. Un’immagine vale più di ogni altra chiacchiera (il grafico sotto riporta la spesa in ricerca in % sul PIL riferita al 2014)

“La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.”

Questa non è una dichiarazione ma un’assioma col quale si sancisce che l’istruzione è un compito dello stato e dei suoi apparati. Ora chiunque sia sano di mente, capisce  che non vi è alcuna base logica o economica per il suddetto assioma. E’ la cifra della considerazione che i padrini costituenti e i loro eredi di ieri e di oggi hanno degli individui, quando non siano elettori o contribuenti.

Di quali siano gli strabilianti risultati dell’istruzione pubblica, oltre che per esperienza personale di chiunque abbia o abbia avuto figli che hanno frequentato la scuola pubblica, e per dichiarazione stessa di insegnati e presidi, parlano sempre i dati ISTAT su disoccupazione giovanile e spesa pubblica. Un solo dato: l’Italia può vantare un tasso di dispersione scolastica tra i più alti d’Europa, pari al 18,2%.

Noncuranti dello sfacelo da loro stessi prodotto, ogni governo mette in cantiere una riforma della scuola. Siamo alla 66esima edizione “la buona scuola”. Le differenze? Tre in tutto, due facce da…. e qualche grafico.

Stefania Giannini a sinistra. Glottologa, pare laureata.

Valeria Fedeli a destra. Finto truccata accademica ma praticamente semi analfabeta, prendendo alla lettera proprio il testo dell’art.33 della kostituzione.

Vomitevole rappresentazione entrambe, di un paese sotto sequestro e trasformato in una cloaca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo essersi intestato il monopolio della scuola e dell’istruzione dei peones italopitechi, i padrini costituenti per non farla troppo sporca, si lasciano andare ad una gentile concessione per chiunque volesse operare nel campo della scuola e dell’istruzione. Troppo liberismo in questo paese, lo dico da sempre!!!

Chiariscono sin da subito però, che mentre lo stato è libero di finanziarsi quanto e come gli pare da chiunque, nessuno al contrario può permettersi di operare privatamente nel mercato della scuola e dell’istruzione, a carico dello stato.

Dopo questa interessante precisazione viene poi altresì aggiunta un’altra solo apparente concessione. Si introduce infatti il termine “parità” che le scuole private possono chiedere all’apparato pubblico. Solo un cerebroleso, non capisce immediatamente, che se sotto le mentite spoglie di una gentilezza, un soggetto A invita a chiedere la parità al soggetto B, si è subito stabilito un ordine gerarchico non dichiarato che pone B alle dipendenze e alla discrezionalità di A.

Stabilito quindi con lo stratagemma linguistico della “parità” questa gerarchia, il soggetto A è l’unico a certificare l’istruzione fornita e l’unico che determina la validità legale dell’istruzione. Qualsiasi altro soggetto B, ha quindi solo due possibilità:

  1. chiede la parità affinché i suoi alunni abbiano un certificato di istruzione riconosciuto e spendibile
  2. rinuncia ad operare nel campo dell’istruzione. Altrimenti detto: meglio rinunciare ad operare.

Mi sembra un ottimo esempio di libertà, invito alla responsabilità e all’intraprendenza. In confronto Lenin ci avrebbe fatto un baffo.

… Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato…

Mi sono riproposto di contare quante volte la laconica quanto subdola espressione “nei limiti stabiliti dalla legge” compare nel sacro corano degli statalesi. Arrivati che siamo agli articoli 33 e 34, credo siamo già alla ventesima apparizione.

La tragedia di queste “apparizioni” non è linguistica, ma giuridica. Come si fa infatti, a declamare il diritto di qualcuno a fare qualcosa, subordinandolo a non meglio precisate leggi dello stato?

Non servono altri esempi, grafici e commenti per capire che condensato di liberticidio contenga questo libello itaGliota chiamato costituzione. Tutte le volte che termino una nuova perifrasi, mi ripropongo di smettere perché mi viene il vomito. Ma poi regolarmente ci ricasco.

Con l’art.34 voglio fare un gioco con i lettori. L’ho inserito come oggetto di questa perifrasi ma non posso trattarlo qui, per ragioni di brevità. Darei voce a tutti voi, perché con un vostro commento, scriviate le vostre personali riflessioni sull’art.34